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MACBETH
Un mostro, un soggetto più nevrotico che snaturato, un ambizioso infelice, un assassino spinto al delitto da una smania morbosa, da un incubo, da un impulso gratuito. Il Macbeth che impersona Kim Rossi Stuart nello spettacolo in scena da mercoledì 2 al Teatro Quirino, regia di Giancarlo Cobelli, non è un gagliardo villano assetato di sangue e di potere ma è fatalmente un soggetto molto più paragonabile a quei criminali della Uno bianca che sconvolsero l' Italia per sette anni, vicenda forte cui proprio Rossi Stuart s' è di recente dedicato interpretando in tv l' ispettore capo Valerio Maldesi addetto alle indagini. Ora lo vedremo, dal vivo, in palcoscenico, con accanto la brava e altrettanto giovane Sonia Bergamasco qui nei panni della Dark Lady, nel ruolo d' un Macbeth che sarà appunto contemporaneo in quanto alienato, ossessionato. E' lecito fare confronti tra il personaggio shakespeariano e la banda assassina dell' Adriatico dei nostri anni nella cui vicenda macabra lei s' è immerso con una fiction di toni molto seri? «Il problema del bene e del male che ognuno di noi si porta appresso rende giustificabili tanti nessi. Macbeth, tragica figura scozzese, è un uomo furioso. Entrare nel suo pensiero e nel suo linguaggio equivale a disporsi a un percorso duro, un itinerario che costringe a fare i conti con le zone più terribili della coscienza umana. Quando faccio teatro, io cerco di proposito un azzardo, una scossa, una sorta di vero choc che mi metta alla prova». Lei ha cominciato ufficialmente la sua carriera di attore teatrale con "Filottete" al Piccolo Teatro di Milano, diretto da Walter Pagliaro. S' è tolto già la soddisfazione di recitare in "Re Lear" e di fare un "Amleto". Ora affronta un' incarnazione quasi patologica della scelleratezza con una messinscena di Cobelli che è specialista nelle letture analitiche della truculenza classica. Come uomoartista si ritiene conciliato con se stesso? «Naturalmente no. Ho fatto errori. Ma vado avanti per una certa strada senza risparmiarmi. Scelgo sempre per imparare. Pretendo motivazioni giuste. Investigo su me stesso. E rinuncio nel frattempo a molti progetti, sia di teatro che di cinema. Fare esperienze difficili significa selezionare, valutare tutto con rigore instancabile. Il che non esclude che si possa ugualmente sbagliare». Che rapporto ha con la televisione? Ne segue i fenomeni? La guarda? «Da adolescente, come altri della mia generazione, mi sono formato anche con la cultura del video. Poi ho fatto alcuni lavori specificamente televisivi. Ma ammetto di non vederla più. Non avendone il tempo materiale. Soprattutto perché investo il tempo in modo diverso». Lei che è stato oggetto di culto sfrenato di giovani fans, lei che ha una personalità riservata, lei che ha avuto un rapporto difficile con i valori della famiglia, lei che ama Dostoevskij, che ha un debole per Jimi Hendrix, per le automobili e per le serate con gli amici, lei lanciatissimo ora nel ruolo forsennato e malato di Macbeth, che idea ha del tempo? «Ogni volta che posso, freno coi ritmi del lavoro. Quando gli impegni superano il livello di guardia, rallento, cerco spazi che appartengano solo a me. Non voglio mai perdere il rapporto con le cose di tutti i giorni. Altrimenti c' è rischio di entrare nella sindrome avida di un Macbeth». - RODOLFO DI GIAMMARCO
da La Repubblica — 29 aprile 2001
KIM ROSSI STUART
''UNA NUOVA AVVENTURA: LA REGIA''
[di Giovanni Bogani]
Bello e quasi impossibile. Voce lenta e uniforme. Le parole che pronuncia sono quelle di uno che pensa prima di parlare. Lo sguardo è azzurrino, liquido. Con la barbetta da asceta somiglia ancora al Gesù-Jehoshua dei Giardini dell'Eden di Alessandro D'Alatri. O a un frate francescano, se si vuole.
Kim Rossi Stuart, ospite del Giffoni Film Festival, parla di teatro, di cinema, di televisione. E di Taricone. Taricone? Sì. Non è una sua scelta ma a domanda, risponde.
Come vede l'ingresso nel cinema di personalità come quella di Taricone, personaggi istintivi, arrivati allo star system per caso?
Il cinema copre estremi impensabili. Taricone può fare una bellissima cosa oppure una cosa mediocre. Ma non voglio giudicare "attori" come lui. Ho scelto una strada diversa.
La sua strada sembra una di quelle vie di collina in cui non passano molte auto, ma dove il panorama è più interessante.
Lei è stato il protagonista perduto nella propria solitudine di Senza pelle, il delinquente borgataro, ansiogeno, dal difficile equilibrio interiore di Cuore cattivo, il profeta di Giardini dell'Eden. Poi, dopo La ballata del lavavetri nel '98, al cinema più niente. Che cosa è successo?
Mi sono dedicato al teatro. E ci sono personaggi come Amleto, come Macbeth, che non ti lasciano più in pace, che non vanno via dalla pelle. Questi personaggi coincidono con percorsi di conoscenza interiore. Con Macbeth ho scoperto una figura complessa, il cui dramma vero è quello di non sentirsi mai abbastanza. Non è soltanto ambizione: è qualche cosa di più. E' il sentimento di non raggiungere mai la pienezza del vivere. Qualcosa che viviamo tutti, no?
Amleto è una cosa diversa: non è solo il dubbio. E' la tragedia di un uomo che cerca sempre di dire la verità, soprattutto a se stesso.
Entrambi mi hanno dato la possibilità di guardare dentro di me in modo diverso. Per questo sono grato al teatro, e a questi personaggi. Il successo? Il successo, se viene, fa piacere. Ma non è quello che conta.
Però lei ha una faccia di quelle che piacciono, un seguito e un carisma superiori a tanti suoi colleghi...
So che in questo mestiere la fisicità conta, e comunque tutti dobbiamo accettare la nostra fisicità. Ma se dovessi solo guardarmi allo specchio, e pensassi al successo, la mia storia finirebbe presto.
Che cosa ci dice dell'esperienza televisiva?
In Uno bianca, fiction tv in due parti, interpretavo un poliziotto che perseguiva una vendetta personale contro la banda che le cronache italiane hanno reso nota.
Sono contrario alla televisione fatta un tanto al chilo e al lavoro serializzato. Ma l'esperimento con Michele Soavi era un'altra cosa. Era sempre televisione, ma con una cura per il dettaglio che l'avvicinava alla libertà poetica del cinema.
E adesso?
Adesso ho nostalgia del cinema, il cinema vero, quello che si fa sul set.
Ho due progetti: uno al quale tengo moltissimo, perché è mio. Ho scritto un soggetto, sto mettendo insieme la produzione e potrei anche essere tentato dall'avventura della regia.
Ma per ora non posso dire di più.
Il secondo progetto è un film con Enzo Monteleone: anche questo deve ancora crescere e maturare.
da Cinecittà news
Da bambino ho fatto impazzire la Deneuve
Lucignolo con Benigni, Kim Rossi Stuart è il protagonista del nuovo film di Gianni Amelio19/8/2003
Kim Rossi Stuart non ama le interviste. È difficile anche rintracciarlo. Poi, quando lo incontri, risponde generosamente a tutto. Tranne che su «Le chiavi di casa», l’ultimo film interpretato. La pellicola è diretta da uno dei nostri migliori registi, Gianni Amelio, che si è ispirato al romanzo «Nati due volte» di Giuseppe Pontiggia; il film, in cui recita anche Charlotte Rampling, ha appena chiuso le riprese in Norvegia e vedrà la luce l’anno prossimo. Kim Rossi Stuart, del quale si favoleggia una performance straordinaria, non aggiunge molto.
Avete girato solo all’estero?
«Abbiamo iniziato in aprile e abbiamo fatto quasi tutto in Germania. Si tratta dell’incontro tra un giovane padre, che sarei io, e un figlio con cui ha un rapporto curioso. Due italiani che compiono un viaggio per motivi che poi si vedranno. È stata una bella sfida, perché si tratta di un personaggio difficile. Non posso dire altro».
Che cosa l’attrae di Amelio?
«Amo molto “Colpire al cuore” e “Il ladro di bambini”. Ma trovo che anche i suoi film meno riusciti o apprezzati abbiano sempre dei momenti di cinema altissimo. Amelio è un cinefilo pazzesco, ha una preparazione incredibile, ma il suo talento prescinde completamente da tutta la sua preparazione, è uno che va sempre all’essenziale». Come vi siete incontrati?
«Per strada. Sul serio! Abitavamo nella stesso quartiere di Roma, io passavo per caso e lui aspettava l’autobus. Abbiamo anche questo in comune, un bisogno di vivere la vita come qualsiasi altro essere umano. Spesso chi fa questo mestiere si isola, ha difficoltà ad andare in giro».
Lei non ne ha?
«Con i media sì, con la gente no. Giro ed esco come una persona normale, con la differenza che possono chiedermi l’autografo. Dipende da ciò che comunichi alle persone, loro reagiranno di riflesso. L’importante è non alzare barriere».
Torniamo ad Amelio.
«Mi disse che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa con me. “Sarebbe un sogno”, risposi io. Questo quasi dieci anni fa. Ogni tanto si è presentata l’occasione - Gianni ha fatto anche pochi film - e poi mi ha chiamato per questo progetto».
Facciamo un passo indietro. Lei che cosa pensa oggi di «Pinocchio»?
«È un film strano. Dietro gli effetti speciali e i ricchi costumi sento un forte puzzo di morte, una gran disperazione. Questo Pinocchio un po’ prigioniero del perbenismo, dell’adesione alle regole, mi fa pensare a una visione malinconica della vita. Forse Lucignolo esprime ancora di più questo concetto: ne abbiamo fatto un personaggio molto positivo, luminoso, e tutta questa vitalità paga un prezzo carissimo a un mondo di adulti che impone regole corrotte».
Come ha costruito il suo Lucignolo?
«Ho fatto una cosa che di solito non faccio, ho lavorato tanto allo specchio. Ho cercato la sua postura, la sua camminata, il suo ritmo interiore: Lucignolo va veloce, è talmente assetato di vita che questo lo porta a muoversi come un felino, ha lo sguardo bramoso di un gatto. Però, per renderlo un po’ buffo, ho pensato anche a una giraffa, con un che di dinoccolato».
Come ha reagito alla proposta di Benigni?
«Mi ha piacevolmente sorpreso. Ci sono registi con un mondo talmente personale, come lui o Moretti, che pensavo sarebbe stato difficile per un attore come me essere chiamato da uno di loro. Invece devo dire che ho scoperto un altro aspetto di Benigni. Penso anche allo spazio che ha dato a tutti gli attori non protagonisti...»
Giuffré, però, si è arrabbiato parecchio dei tagli alla sua parte di Geppetto...
«Per me è una cosa folle. Siamo stati tagliati un po’ tutti. L’attore deve mettersi l’anima in pace, è uno strumento, e però spesso soffre per il suo egocentrismo. Anch’io ho sofferto, eh, come un cane... Quando studi tanto un gesto o una camminata che poi spariscono al montaggio... Ma è inevitabile».
Ricordo che lei partecipò al film di Allen «Tutti dicono I love you», ma che poi la sua parte sparì tutta.
«Era proprio un cameo, una sola posa. Però è vero che, rispetto al cinema, in teatro l’attore è un po’ più autore. Su un set cinematografico il primo piano te lo fa il regista, sul palcoscenico te lo fai da solo».
Tende a identificarsi nei personaggi che interpreta?
«Ho sempre la sensazione di affrontare personaggi che hanno una forte aderenza con il mio momento di vita: non so se sono io che li scelgo o se sono loro che scelgono me. Negli ultimi tempi mi sono lasciato alle spalle un Macbeth, ed ero ben contento di togliermelo di dosso perché è un personaggio doloroso, con una visione della vita che sta tra Bush e Saddam, o tra Sharon e Arafat, dove non vedi altro che sangue».
Posso chiederle le sue idee politiche?
«Guardi, non vorrei sottopormi a nessun tipo di fuoco incrociato. Quello che mi sembra evidente è che si respira un crollo verticale dei valori materialisti e capitalisti, mi sembra che il sistema stia crollando. E poi trovo inquietante che ci sia un’informazione totalmente falsata, che un giorno ti parla di una cosa, il giorno dopo la dimentica completamente per questioni d’interesse».
Torniamo all’attore. Ricorda il primissimo esordio?
«Avevo 4 anni, mio padre aveva un ruolo in “Fatti di gente per bene” di Bolognini, io e mia sorella, due marmocchi, fummo messi davanti alla macchina da presa per fare i figli della Deneuve e di Giannini. Dopo la prima scena furono costretti a tenermi anche in quelle successive e perciò feci patire a tutti le pene dell’inferno. Ricordo d’essermi assopito, forse mi avevano dato dei narcotici, fra le braccia della Deneuve - stavo comodissimo - ma da sveglio li ricattavo: per girare di nuovo mi facevo dare dei soldi o delle caramelle».
E la storia del tendine?
«Fu per “Senza pelle”, dieci anni fa. Il mio personaggio doveva perdere il controllo a tavola, avere una crisi quasi epilettica, e battere le mani sul tavolo mandando tutto all’aria. Solo che davanti a me non misero un piatto finto ma uno vero, di coccio, e tac!, mi recido due tendini. Dopo quindici giorni, nonostante due operazioni, torno sul set per fare una cortesia alla produzione e finisco il film con la mano fasciata in tasca. Beh, non mi hanno risarcito nulla, neanche i 20 milioni delle operazioni!»
L’angolo dei gusti. Che cosa le è piaciuto di recente tra tv, musica e libri?
«In televisione Fiorello: secondo me ha una punta di genialità. Al cinema mi è sembrato interessante “Angela”. Per la musica, questo è un periodo che ascolto classica: le sonate per piano di Bach, soprattutto suonate da Gould, i preludi e le fughe, e le sonate per piano di Beethoven. Tra i libri, ultimamente, i racconti di Cechov, i racconti di Carver, il romanzo di Ammaniti “Io non ho paura”».
E a teatro, da spettatore, ci va mai?
«Poco. Devo ammettere che non ci riesco, mi sono annoiato troppo spesso. Il problema è la tradizione attoriale italiana, di cui però penso sia giusto responsabilizzare soprattutto i registi. Certe cantilene le trovo soporifere, non mi fanno certo appassionare...».
da Sorrisi e canzoni Tv
Tra gli interpreti che hanno incontrato la stampa ieri mattina, il più emozionato forse è Kim Rossi Stuart, Lucignolo, che, anche per via dell' età - 32 anni, il più giovane del cast - neanche si ricorda di aver letto Pinocchio da bambino. «Non ho visto il film della Disney, ricordo che leggevo i fratelli Grimm, ma da piccolo mi accontentavo delle filastrocche. Il libro l' ho letto dopo che Benigni mi ha detto che il film sarebbe stato fedele a Collodi», dice Rossi Stuart, che, interprete di film d' autore spesso dolenti ("Senza pelle", "Cuore cattivo", "La ballata del lavavetri", ecc.), ha scoperto «il piacere di un coinvolgimento allegro e positivo. Si può lavorare senza soffrire e senza il senso di espiazione che era una mia caratteristica. Con Roberto si lavora sulle corde della gioia e del rilassamento». Con Benigni, dice, «ho incontrato un artista planetario e un uomo semplice, amante della gioia e non del potere: e non è poco di questi tempi. Quanto al mio Lucignolo non è cattivo. Roberto mi ha dato poche direttive, mi ha detto solo che doveva essere un' esplosione di vitalità. Nel mio immaginario è un ragazzino rivoluzionario che vorrebbe sovvertire l' ordine imposto dagli adulti, restituire alla vita la gioia e il godimento che gli adulti soffocano con i compromessi e l' ipocrisia. Poi fa una brutta fine, ma è meglio un giorno da Lucignolo che cent' anni da pecora: lo dico come Lucignolo e come Kim».
Da Repubblica del 28 settembre 2002:
L' INTERVISTA / Kim Rossi Stuart è sembrato a molti l' interprete più azzeccato del grande cast
«Anch' io, come Lucignolo, da ragazzo cercai di scappare»
ROMA - E' stato Gesù (ne I Giardini dell' Eden), il vulnerabile Saverio (in Senza pelle) e poi il principe azzurro sullo schermo, in tv e per legioni di adolescenti mentre, a teatro, si è confrontato con Amleto e Macbeth. Da oggi, nella malinconica vivacità del suo Lucignolo, Kim Rossi Stuart, 33 anni, sarà per tutti l' inconscio trasgressivo del compagno di strada Pinocchio. Che cosa ha provato quando Benigni l' ha chiamata per Pinocchio? «Sorpresa, entusiasmo. Da piccolo, saltando una stagione, leggevo Tolstoj invece di "Pinocchio", ma Roberto ha colto "il mio potenziale lucignolesco"». Cos' è questo «potenziale lucignolesco»? «Tante cose: un buco nero, a esempio, che segna le fughe per suturare le ferite. Ma anche una solarità che porta a sognare un mondo migliore, da idealista ribelle». Quali indicazioni le ha dato Benigni per la parte? «Poche ed essenziali. E questa economia di parole mi ha aiutato: voleva un Lucignolo solare, inquieto, vitale». Che cosa la conquista nella «cultura» di Pinocchio? «Io amai profondamente la capacità di questo libro di risvegliare in tutti l' adolescente più puro che è in noi vedendo "Pinocchio" in tv diretto da Comencini. Ho ritrovato il miraggio di una vita migliore con Benigni». Ha mai fatto fughe verso un idealizzato Paese dei balocchi? «A quindici anni andai a New York, cercando le stanze piene di talenti dell' Actor' s Studio. Crebbi nella solitudine di quella metropoli. Tornai con la coda tra le gambe, ma deciso a fare l' attore». Suo padre la chiamò Kim perché amava il viaggio e l' incontro tra la cultura occidentale e orientale del libro di Kipling... «E' anche un libro di ricerca idealistica, di amicizia e di dolore, di morte e rinascita». Pinocchio si salva, Lucignolo muore... «E' la scena che amo del film, anche se io sono ormai solo una voce. Le mie parole ricordano la bontà "da fine del mondo" dei lecca lecca derubati dagli adulti infingardi...». Cosa combatte più di tutto Kim-Lucignolo? «Il bisogno degli umani di vivere rapporti di forza, di dominio». Se qualche maestro dicesse a Lucignolo "Con una bugia, con la fantasia puoi andare molto lontano, ma non puoi tornare indietro", cosa risponderebbe? «La fantasia è la coscienza critica del mondo. Il film di Roberto ce lo ricorda e racconta». Giovanna Grassi
(11 ottobre 2002) - Corriere della Sera
Kim: io, eroe per caso come Perlasca
BUDAPEST - L' eroe della storia, col suo giaccone liso, è bello come un principe. Kim Rossi Stuart interpreta Domenico Sesta, Mimmo, lo studente d' ingegneria che nel ' 62 osò l' inosabile. Sfidò i Vopos, le famigerate guardie di frontiera, e studiò il modo più semplice per aiutare gli amici a superare il muro di Berlino: se era impossibile scavalcarlo, forse era più facile creare un tunnel. L' impresa riusciì, documentata da una troupe della tv americana Nbc. Nel suo camper, vegliato da una foto di Miles Davis, l' attore protagonista del nuovo film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa , racconta il suo ritorno in tv. Kim, era dalla "Uno bianca" che non interpretava più la fiction. «Sì, ma questa del Tunnel era una storia fantastica, Mimmo e Gigi sono come due eroi epici che al posto del cavallo di Troia per conquistare la città entrano nelle viscere delle terra». E' stato a Berlino? «Sì, e la coincidenza curiosa è che Degli Esposti mi ha offerto di girare il film mentre visitavo il museo del Check point Charlie. E' incredibile pensare che fino a pochi anni fa ci fosse il Muro. Leggendo Il tunnel della libertà come ogni lettore ho costruito il mio film. Mimmo è animato da un forte senso di giustizia, ma non è un eroe. Per come lo sto interpretando è un ragazzo con i piedi piantati per terra, una persona schietta, pulita». Se si fosse trovato nelle stesse condizioni, avrebbe fatto come lui? «Sarebbe facile dire di sì e fare bella figura. Il rapporto con il rischio, per le persone di quella generazione, era diverso. Ho pensato tante volte a quello che ha fatto Perlasca: forse nelle situazioni estreme si è in grado di fare scelte estreme». Guarda la tv? «La fiction no, avevo visto solo Perlasca. Mi incanto quando ci sono i documentari sulla vita sottomarina». Ha mai pensato di girare una serie lunga? «No, mi spaventano, alla fine diventano un po' come una catena di montaggio. Una storia in due puntate è diversa, è come un film». Nella sua vita cosa conta di più? «La libertà. Anche per questo mi sono comprato una casa piccola, senza mutuo. Non posso pensare di avere obblighi. A me basta poco: un paio di pantaloni, un maglione, un paio di scarpe. Uno di tutto». Cosa fa quando non lavora? «Leggo, vado al cinema e pesco in apnea. E mi piace anche viaggiare, ma per lavoro. Sono venuto a Budapest in automobile, un viaggio bellissimo, con Paolo Briguglia. Non ci conoscevamo, è stato un modo per rompere il ghiaccio. E' in gamba». Ha nostalgia del teatro? «Ma il teatro è una certezza per me, mi fa bene pensare che nella vita c' è sempre Shakespeare. Forse tornerò in scena con Amleto». Lei ha l' aria di una persona serena. «Mi fa piacere, la serenità è una cosa a cui aspiro. Il lavoro spesso te la toglie, devi dare sempre qualcosa di più». E' narcisista? «Non si può fare questo mestiere senza un po' di narcisismo». Però è appare poco, non va ospite in nessuna trasmissione, è un narcisista minimalista. (ride) «Forse sì. Ho iniziato per caso a recitare, ma è stata una folgorazione. A 13 anni sono uscito da una libreria con un tomo sotto il braccio, Stanislavskij: l' ho rubato, all' epoca costava 40mila lire». Ha visto sua sorella Valentina al "Processo del lunedì"? «No, come va?». Le piacerebbe fare il regista? « No, non ci ho pensato. Però sto scrivendo un film per il cinema, una storia mia, ma è prematuro parlarne». Ha 34 anni, una fidanzata: le piacerebbe costruirsi una famiglia? «Sì, penso che lo farò presto«. - DAL NOSTRO INVIATO SILVIA FUMAROLA
da La Repubblica — 11 novembre 2003
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