Kim Rossi Stuart

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INTERVISTE 2005

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DOPO IL SUCCESSO CON IL FILM DI PLACIDO REGISTA «ANCHE LIBERO VA BENE» Il Freddo Rossi Stuart «Ora alleno i bambini»

ROMA I racconti degli amici degli amici, la fascinazione per l'universo pasoliniano abitato da ragazzi di vita e malavita, in quella periferia romana che somigliava a un Far West e che in certi punti e' rimasta uguale a com'era negli anni neri in cui la Banda domino'. Per KIM ROSSI STUART, 36 anni, nato a Roma, nel tranquillo quartiere Flaminio, l'incontro con il Freddo e' stata l'occasione per riaccendere certe memorie di ragazzo, per affondare le mani in una materia di cui aveva sentito molto parlare, per immergersi «in un personaggio di quelle borgate romane verso cui ho sempre nutrito una passione viscerale». Forse anche per questo la sua interpretazione nel film di Michele Placido «Romanzo criminale», tratto dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo, e' di quelle difficili da dimenticare. Sanguinario e violento come i suoi compagni di strada, il Freddo e' anche il piu' problematico, quello in cui a tratti si fa strada l'ombra del dubbio, la cognizione di un'altra vita possibile, la consapevolezza degli orrori compiuti. Adesso, mentre il film balza, nel primo fine settimana di programmazione, al quarto posto degli incassi, l'attore si dedica anima e corpo alla sua prima prova da regista. Un altro mondo, in cui realizza il desiderio (vero) di diventare padre entrando in sintonia con le aspirazioni e i turbamenti di un bambino di dieci anni. Il titolo del film, pronto a primavera, scritto da KIM ROSSI STUART con Linda Ferri, Federico Starnone e Francesco Giammusso, interpretato da lui, da Barbara Bobulova e da un ragazzino esordiente (Alessandro Morace), e' «Anche libero va bene» dove la parola libero si riferisce al ruolo nel gioco del calcio. Dalla violenza estrema all'infanzia piu' delicata. Come si sono mescolate queste due fasi della sua vita? «L'idea di ''Anche libero va bene'' e' di un bel po' di tempo fa, avevo preparato la sceneggiatura gia' prima del periodo in cui ho girato ''Pinocchio'' con Benigni, poi ho continuato a scrivere, fino a interrompermi nuovamente per poter fare ''Le chiavi di casa'' con Amelio, un'esperienza che mi e' stata utilissima perche' ho potuto assistere in prima persona al suo modo di lavorare con un ragazzino. Poi, a settembre di un anno fa, ho iniziato le riprese del film di Placido, temevo di allontanarmi troppo dalla mia creatura, ma non ho potuto rinunciare alla storia della banda». Quando ne ha sentito parlare per la prima volta? «Intorno ai 20-25 anni ho ascoltato le prime storie su quel gruppo di malavitosi, se ne discuteva molto, e ancora oggi in certe zone della citta' persiste una specie di mitologia su di loro, c'e' chi racconta di averli conosciuti, chi ne ricorda le gesta». Come ha fatto ad entrare nella pelle del Freddo? «Il libro e' profondamente coinvolgente, e non solo per me visto il successo che ha avuto. Credo che lo stesso De Cataldo abbia amato follemente i suoi personaggi. Il Freddo colpisce subito per la sua implovisita', il fascino della sua personalita' e' gia' tutta li', tra le pagine del romanzo. Ho cercato di impadronirmi di quella materia, di imparare la gestualita'». Il film ha provocato varie polemiche, c'e' chi lo ha accusato di dipingere un affresco fatto di criminali eroi e poliziotti corrotti. Lei che cosa ne pensa? «L'obiettivo era raccontare una storia dal punto di vista dei criminali. E poi, nella contrapposizione tra questi delinquenti dotati di aggressivita' e violenza fuori dal normale e le forze occulte che li hanno manovrati, credo che i primi abbiano almeno il merito di non essere ipocriti. Insomma, non possiamo dimenticare che, se certe cose nel nostro Paese sono accadute, lo si deve ai poteri che le rendevano possibili. Certo, quelli della banda avevano una visione della vita per noi incomprensibile, si portavano dentro una rabbia di classe spaventosa». Dopo si e' messo dietro la macchina da presa per dirigere un bambino, impresa difficilissima. Che cosa l'ha spinta a questo doppio salto mortale? «Il desiderio della regia l'ho sempre avuto, e' connaturato alla voglia di raccontare le cose a mio modo. Lo so, ci sono attori terrorizzati all'idea di dirigere, e in effetti non hanno torto perche' il regista si deve occupare, anche nei grandi film hollywoodiani, veramente di tutto. Io avevo un gran desiderio di tornare a quella dimensione di pre-adolescenza, di entrare nella testa di un bambino, di descrivere quel momento di passaggio, dalla dipendenza totale dai genitori alla prima consapevolezza del poter prendere decisioni da soli. Il mio protagonista l'ho cercato tanto, poi l'ho trovato in una scuola, gli ho fatto un provino, parlava molto poco, e la madre era meravigliatissima del fatto che volesse affrontare un'esperienza del genere. Sul set non gli ho mai messo in mano un copione o una battuta da imparare a memoria, ne' a lui, ne' agli altri bambini. Ho imparato che l'innocenza puo' regalare cose meravigliose, cose che nessun attore navigato e' in grado di fare» .
La Stampa 04-10-2005




KIM ROSSI STUART «Ispirato da Placido: così ho vinto la prova da regista»
di Lucio Giordano

Avrebbe potuto debuttare alla regia qualche anno fa: tecnicamente si sentiva pronto. Ma Kim Rossi Stuart ha preferito aspettare ancora un po’. «Per maturare meglio - spiega con un sorriso -. Anche se maturo non mi considero ancora. E poi non volevo rinunciare a un paio di film che mi hanno dato enormi soddisfazioni: Le chiavi di casa di Gianni Amelio e il Pinocchio di Benigni. Solo mesi fa, dunque, ho deciso che era arrivato il momento di debuttare dietro la macchina da presa, con Anche libero va bene, una storia adolescenziale sulle difficoltà di un ragazzino ad accettare la complicata situazione familiare e di conseguenza a crescere più in fretta degli altri».
Camicia a righe e pantaloni color sabbia, mocassini ai piedi. Il nuovo corso di Kim Rossi Stuart passa anche attraverso l'abbigliamento, più serioso rispetto al passato. E la loquacità che non ti aspetti ne è l'ulteriore conferma. Già perché un tempo Rossi Stuart, romano, 36 anni, considerato in una classifica redatta da alcuni periodici cinematografici l'attore più bello del mondo faceva difficoltà ad aprirsi con i giornalisti. Timido e ombroso, rilasciava rare ed ermetiche dichiarazioni. Interviste a monosillabi. Preferiva parlare con le sue interpretazioni, tutte di alto livello (da Senza pelle a I giardini dell'Eden), a parte gli esordi in Fantaghirò, una parte che peraltro gli consenti di diventare in breve l'idolo delle ragazzine.
Ora, senza pretendere miracoli, Rossi Stuart parla sereno e spedito, del suo primo film da regista, Anche libero va bene, appena finito di girare ed interpretato oltre che da lui anche da Barbora Bobulova e dal piccolo Alessandro Morace.
Come è nata l'idea del film?
«Per caso. Tempo fa ho rivisto Una moglie, il film di John Cassavetes con Gena Rowlands nei panni di una madre frustrata. Le immagini scorrevano e mi chiedevo quale potesse essere il punto di vista dei suoi figli. Cosi, visto che già da ragazzino mi piaceva moltissimo scrivere, ho iniziato a buttar giù un racconto. Poi, poco a poco ha preso corpo l'idea di narrare per immagini la storia di un adolescente di undici anni che assiste alla disgregazione familiare. Mamma e papà sono infatti assenti nei sentimenti, assenti come genitori. Lei, una donna in carriera egocentrica che chiede amore senza riuscire a darne, va e viene da casa. Lui invece è invadente e troppo presente. Alla fine il piccolo, il più grande dei due figli, evade dalla realtà quotidiana schiantandosi contro un'indipendenza fin troppo precoce».
A cosa si riferisce il titolo del film?
«A una frase del ragazzino che pur di giocare a pallone con gli amici si adatta a fare il libero vecchio stampo, alla Baresi per intenderci: ruolo tra i meno nobili del calcio».
Del piccolo Morace si dice un gran bene. Come l'ha scelto?
«Con... difficoltà. Trovare un ragazzino che corrispondesse alle caratteristiche volute non era semplice. Doveva essere un tipo chiuso, “implosivo” , uno che non esternasse con esuberanza la gioia tipica dell'età, ma fosse timido e turbato. Perché uno cosi ha il timore di diventare attore. Fortuna e caparbietà mi sono venuti incontro».
Ci sono riferimenti autobiografici, in questo racconto adolescenziale?
«No, anche se io pure ero un ragazzino molto chiuso che aveva assecondato la scelta dei genitori di vivere nella campagna romana. Poi a 14 anni ho deciso di andare a vivere per conto mio e studiare recitare, fare cinema. Forse, è lo sbocco naturale visto che sono figlio di un attore e di una ex modella».
A proposito di scelte. Perché la Bobulova?
«Volevo una ragazza dal volto sofferto. Di lei mi avevano parlato molto bene, ancor prima che uscisse il film della sua svolta, Cuore sacro di Ferzan Ozpetek. Quando l'ho incontrata mi ha fatto vedere in cassetta La spettatrice, uno degli ultimi film da lei interpretati, e a quel punto non ho avuto più dubbi: il ruolo sarebbe stato suo».
Quando uscirà Anche libero va bene?
«La prossima primavera. Me la prendo comoda. Il motto della mia vita del resto è fare le cose con calma, senza ansia. L'ho imparato negli anni, dopo un periodo vissuto ad attendere le telefonate dei produttori che non arrivavano. Così, adesso me ne vado al mare per qualche settimana, per sedimentare quello che ho girato e che ho ancora non ho visto. Quindi mi metterò al montaggio».
È intenzionato a passare definitivamente dietro la macchina da presa, dopo quest'esperienza?
«Mi piacerebbe alternare le cose. E infatti in autunno uscirà Romanzo criminale, un film diretto da Placido che racconta le vicende della famigerata Banda della Magliana, con Favino e Accorsi nel cast. Mi piace l'approccio di Michele alla regia. E ancor di più mi piace il suo approccio con gli attori: cosi gli ho rubato un po' di idee per il mio futuro dietro la macchina da presa».
da Il giornale

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