Kim Rossi Stuart: divento Vallanzasca poi (forse) mi sposo
L'incontro Impegnato a Trieste con il monologo «Le voci» di Magris
«E sul palco parlo alle donne-fantasma»
MILANO — Un viaggio in treno nella notte può far sognare solo chi non conosce la realtà delle nostre ferrovie. «Roma-Trieste in cuccetta. Un incubo — assicura Kim Rossi Stuart —. Per chi supera l'altezza stabilita dalle Ferrovie dormire risulta impossibile». Lui con il suo metro e 87 sfora alla grande. Ma anche stare svegli con le gambe rattrappite ha i suoi vantaggi. «Ripensavo a Le voci, questo strano, bellissimo, testo di Claudio Magris, che Antonio Calenda mi ha proposto di interpretare al Castello di Miramare.
Un'esplorazione sulla solitudine. Un uomo incapace di stabilire un contatto reale con l'altro sesso, s'inventa un suo universo femminile attraverso le voci gentili di alcune segreterie telefoniche. Messaggi brevi, effimeri, ciascuno però capace di rivelare la personalità di chi li ha registrati: fantasiosa, ingenua, languida, burocratica... Fantasmi di donna a cui lui dà un corpo, ci parla insieme, persino s'innamora». Uno squarcio di alienazione un po' ironico, un po' kafkiano, che Kim porta in scena fino a stasera nel Parco del bianco castello a picco sul mare, sfondo della tragica vicenda dell'arciduca Massimiliano d'Asburgo e Carlotta di Sassonia. A completare l'evento, promosso dallo Stabile del Friuli-Venezia Giulia, un secondo monologo di Magris, Il Conde, interpretato dallo stesso Calenda, regista a cui Rossi Stuart è legato fin dai suoi esordi teatrali. «Aveva scommesso su di me, ai tempi giovanissimo sconosciuto, offrendomi il ruolo centrale di una pièce di Eric Emmanuel Schmitt, Il visitatore. E poi gli devo quell'Amleto che, una decina di anni fa, mi rese così popolare».
Le ragazze facevano la fila davanti ai teatri dove il bel Kim interpretava il pallido principe di Danimarca. «Spero di aver contribuito a portare un po' di pubblico a teatro», scherza. Amleto passi, ma trasformarsi in uno che con le donne non vuol avere contatti, che le teme, che le fugge... Stavolta per lei deve essere proprio difficile. «Invece io un po' lo capisco. La soglia tra il pianeta uomo e il pianeta donna non è facile da varcare. Arrivare a un'intesa vera, a fidarsi e confidarsi l'un l'altra, è una ricerca disperata che accompagna gran parte degli esseri umani nel corso del tempo. Una conquista dell'età. Adesso che sono alla soglia dei 40 anni, che forse sono diventato "grande", finalmente credo di esser riuscito a varcare quel confine, a sentirmi bene con la mia compagna. Direi che sono pronto persino a sposarmi, a metter su famiglia». Da come lo dice lascia intendere che fa sul serio. Prima però deve imbracciare il mitra.
Dopo l'estate lo aspetta un set, un ruolo di quelli per cui un attore è pronto a tutto. «Sarò Vallanzasca», annuncia Kim. Il bandito più leggendario degli ultimi 50 anni, il boss della Comasina sciupafemmine. L'equivalente nazionale di quel Mesrine, nemico pubblico n.1 di Francia, di recente portato sullo schermo da Vincent Cassel. Soggetti magnifici per il cinema. Difatti Michele Placido non se l'è fatto sfuggire: sarà lui a realizzare il film su Vallanzasca. Inizio delle riprese in autunno, set principale a Milano. In un primo tempo si era parlato di Riccardo Scamarcio come protagonista. Ora invece è certo: sarà Kim a prestare i suoi occhi azzurri, di ghiaccio o di fuoco secondo le circostanze, al bel René. Un ruolo che gli si addice, anche grazie all'esperienza maturata nel genere: Rossi Stuart ha dato corpo e fascino al personaggio del Freddo in Romanzo criminale, il film del 2005 diretto dallo stesso Placido che raccontava la storia della banda della Magliana che imperversò nella Roma degli anni '70 e '80. Ma torniamo a Vallanzasca: «Un personaggio di un fascino davvero insolito. Ho letto molto su di lui, articoli e libri. E l'ho anche incontrato».
Impressione? «Il primo impatto è stato sorprendente. Vallanzasca è dotato di una carica umana impensabile. Un uomo intelligente, lucido. Uno che ha capito, quando ancora non si usava, il ruolo determinante dei media. Che li ha saputi usare alla grande. Vallanzasca fa pensare davvero a quanto contino le "sliding doors" nella vita. Se lui fosse nato in un altro contesto, avesse incontrato altre persone, avesse avuto occasioni diverse, chissà cosa poteva diventare. E invece... In 58 anni di vita ne ha fatti 38 di carcere. Sono numeri che fanno riflettere, che ti spingono ad affacciarti su un baratro...». A proposito di miti, non sempre esemplari, del nostro tempo. Di lei si era parlato anche come possibile interprete di Fabrizio Corona nel film che sta progettando Matteo Garrone. «Matteo è un mio amico e sarei strafelice di lavorare con lui. Ci sono dei progetti, ma al momento è prematuro parlarne». E lei come regista? Dopo il successo di Anche Libero va bene e di Piano solo, ha altri progetti? «Almeno tre. Fare il regista mi piace molto. I miei modelli sono Amelio e Placido. Del primo mi piace la tensione quasi intollerabile che sa creare sul set, del secondo la capacità ironica e di sdrammatizzare tutto. Al momento però devo rimandare l'appuntamento con la macchina da presa. Per i prossimi mesi farò solo l'attore».
Giuseppina Manin
da Il Corriere della sera, 05 luglio 2009
Kim Rossi Stuart: «Un vortice magnetico nelle Voci di Magris»
TRIESTE Sacerdote delle acque, pescatore di cadaveri cui dare una sepoltura benedetta, nella foce del fiume Douro, in Portogallo, per il Conde la polena è un ideale oggetto d’amore quanto lo sono le voci femminili di una segreteria telefonica per l’inquietante personaggio che, restando anonimo, interagisce con loro. Due solitudini limacciose, due personaggi di altrettanti monologhi di Claudio Magris, «Le voci» e «Il Conde» , solcati dai sedimenti di una solitudine e di uno scavo interiore che troverà ora risonanza in interpreti di particolare spessore: Kim Rossi Stuart e Antonio Calenda . L’attore, che ritorna sulle scene teatrali, e il regista, direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, li proporranno nell’ambito del festival della Provincia di Trieste «Il Castello degli spettacoli – Teatri a Teatro 2009» da oggi a domenica, alle 21.30, nel Parco del Castello di Miramare. Le musiche che accompagnano dal vivo «Il Conde» sono composte ed eseguite da Germano Mazzocchetti. In caso di maltempo per una o due delle repliche previste, lo spettacolo annullato verrà proposto il 6 luglio sempre a Miramare. Qualora tutte le repliche fossero cancellate per maltempo la rappresentazione sarà messa in scena il 6 luglio al Politeama Rossetti. Nell’imbarcadero del Castello, «Il Conde» prenderà vita come un omaggio che Antonio Calenda vuol dedicare allo scrittore triestino, facendosi lui stesso portavoce della sua magmatica scrittura. E darà a Kim Rossi Stuart il profilo registico per entrare nel magnetico vortice di seduzione in cui scivola il protagonista di «Le voci», trovando nelle misteriose e seducenti voci femminili «un guscio protettivo, kafkiano ma efficace a tutelare la sua fragilità». «Tutto sembrava allettante, in questa proposta teatrale - dice Kim Rossi Stuart, - a cominciare dal poter ritornare a Trieste dopo tanto tempo, una città che è stata molto accogliente e dove con Antonio Calenda avevo costruito “Amleto”, uno spettacolo che per me è stato una tappa cruciale. Quindi è un’occasione per riabbracciare tante persone alle quali voglio bene. Ho trovato stimolante e divertente il testo di Magris, mi sembra sia una specie di scherzo. Quello che gli dà profondità è il suo essere un po’ un’allegoria dell’impossibilità che a volte gli uomini hanno di avere una relazione serena con il femminile. Ho il sospetto che il confine che separa l’uomo dalla donna sia un qualcosa di immutato da secoli, con tutte le sue difficoltà. In nessuna cultura sembra esserci veramente un rapporto sereno, fino in fondo, tra le due parti». Lei ha affermato che personaggi quali Amleto o Macbeth, «non vanno via dalla pelle», coincidono con percorsi di conoscenza interiore. «Sì, offrono un’opportunità di crescita. Il teatro, rispetto al cinema, obbliga forse a uno studio maggiore, che dà la possibilità di esplorarsi. Credo che questa possibilità sia ancor più espansa quando si ha poi a che fare con i personaggi shakespeariani. Per me lo studio di Amleto è stato un viaggio incredibile perché va a toccare delle tematiche talmente cruciali, e con delle dinamiche assolutamente fruibili». Nel 2006 ha affrontato la sua prima regia cinematografica con il film «Anche libero va bene». Ci sono altri progetti? «Non proprio imminenti, ci sto lavorando. Sto dando la priorità, adesso, a dei film d’attore che mi sono stati proposti e che ho trovato molto interessanti. Con Michele Placido sto preparando la sceneggiatura di un film sulla vita di Renato Vallanzasca. Le riprese dovrebbero iniziare a ottobre».
il Piccolo — 03 luglio 2009
Il ragazzo di borgata
Un nome, un destino:quello del suo ultimo personaggio al cinema, il meccanico Angelo.
Che , grazie alla malattia (un infarto) ci spiega come povertà fa rima con solidarietà
E’ d’accordo che il suo angelo – un nome un destino – sia una persona profondamente semplice?
“Sì , direi che i tratti fondamentali – immediatezza, semplicità, spontaneità – ci sono tutti ..anche se poi ha le sue elucubrazioni , che derivano da quello che gli accade: un attacco di cuore, più o meno alla stessa età di quello che fu fatale per suo padre. Purtroppo questa – affrontare, capire adattarsi – è una regoletta fondamentale della vita, che ti mette di fronte a cose drammatiche..”
Lui affronta la malattia e i suoi rischi
“Cerca di attuare un suo piano un po’ folle per mettere al riparo la sua famiglia, sua moglie, i due figli e il terzo in arrivo. E’ un pezzo di pane , una di quelle persone che nella loro istintività innata a occuparsi degli altri. Senza fare indagini alla “Stanislavskij” , sono portato a pensare che quel tipo di bontà appartenga proprio a quel tipo di persona quella particolare estrazione sociale : pochi studi , magari, ma valori solidi”
Valori come?
“Il principio originario è che l’unione fa la forza , che tra poveri ci si aiuta di più e più spesso : che poi lui sia diventato abbastanza ricco facendo il meccanico di auto d’epoca è un dettaglio. Difatti abita dove ha sempre abitato la sua famiglia , nell’ex borgata romana del Pigneto, e ha abitudini morigerate”
Però, per trovargli un difetto, è un evasore, fa tutto in nero
“Sì, ma questo è il tratto comune a una gran parte degli italiani, è un dato di fatto. Francesca Archibugi ha tratteggiato un personaggio a suo modo in linea con le caratteristiche nazionali : che, come sappiamo bene – fino alla noia quasi – non comprendono un senso civico integerrimo”
Anche lei si ritrova nell’italiano un po’ cialtrone?
“No non mi sento . So che è facile proporsi e promuoversi così , però sono sincero : ho una visione della società , e della politica, assolutamente utopistica , e credo che a questo punto bisognerebbe fare una rivoluzione radicale”
Ovvero?
“Chi si occupa del bene dei cittadini , vista la scomodità delle posizione , dovrebbe intraprendere la sua strada come un asceta , un monaco: cosa che garantirebbe i cittadini sulla bontà delle sue intenzioni. Tutto ciò dovrebbe assicurato e strutturato con regole molto precise. Come vede , una cosa del tutto utopica”
Farebbe politica , a queste condizioni?
“Mah, chissà , con questi presupposti sì: sono convinto che molte persone potenzialmente si sentirebbero gratificate dal ricoprire un ruolo pubblico in maniera cristallina e inequivocabile”
Da che parte pende , la sua utopia , a destra o a sinistra?
“Il discorso che faccio è abbastanza radicale, né di destra né di sinistra. Per molti anni mi sono indirizzato verso gli ambientalisti , e credo anche oggi che l’unica cosa veramente da tutelare sia la Terra”
Il suo angelo è la versione buona, se così si può dire , del Freddo di Romanzo Criminale : entrambi sono però espressione di una marginalità cittadina, no?
“Naturalmente Angelo è un personaggio diverso , ma la matrice pasoliniana c’è e mi ha sempre appassionato : i miei libri dell’adolescenza sono stati Ragazzi di vita e Una vita violenta . Ero attratto dai ragazzini che venivano a scuola , in piazza Mancini, arrivando dalle periferie estreme: c’era di tutto , e io ho sempre avuto una predilezione per quelli che la agente considera i bassifondi , perché la vita è ovunque , ma lì è più intensa e diretta”
In questo film , nella parte del cardiopatico è molto realistico : si illividisce , si spegne, quasi
“L’ospedale è uno di quei luoghi che attivano meccanismi inconsci. Ci sono stato quando mi sono rotto le gambe tre anni fa nell’incidente in moto , sono passato per la rianimazione , il ricordo di quell’atmosfera , il bip-bip delle macchine , è vivo: a livello mimetico , non è stata la cosa più difficile del film”
La sua intesa con Micaela Ramazzotti , sua moglie in Questione di cuore, ha colpito
“La vorare con lei è stata una scoperta , un incontro molto bello , uno scambio generoso : non è facile trovare attrici che siano buone compagne di viaggio. E’ lei è stata ottima , soprattutto per l’assenza dei vizi caratteristici delle attrici , vanesie e concentrate solo su stesse”
E con Antonio Albanese , nel film vittima anche lui di un infarto , del quale diventa amico inseparabile, com’è andata?
“”Non si è visto ? C’è cuore e intelligenza , in lui . L’avevo conosciuto appena al Festival di Venezia anni fa, avevamo fatto due chiacchiere al bar, comicamente disperati , entrambi, per essere finiti in quel frullatore. Quella volta notai come fosse una persona molto più semplice nell’approccio , però forte”
Che cosa preferisce in un uomo, o una donna?
“Ultimamente apprezzo molto la schiettezza , la capacità di dire subito le cose che non vanno bene : serve a far crescere i rapporti. Non mi offendo , alla critica: è un atto di generosità. Nel caso, la ruvidità non mi spaventa , anche se ,naturalmente , non è indispensabile . Ogni cosa si può dire in modo cortese e lieve”
Qualunque personaggio interpreti , lei suscita comunque sentimenti di protezione , viene quasi da consolarlo . E’ effettivamente fragile o ci fa?
“Non ne sono consapevole , di quello che dice, ma se è così deve essere qualcosa che appartiene al Dna , o al kharma , che ognuno si porta dietro. C’è anche chi mi ha detto – Gianni Amelio – che è imprescindibile da me un lato romantico”
E non si ritrova neanche in questo?
“No, cioè sì: capisco a cosa si riferisce quindi la mia sfida è cercare di smontarlo . Essere un po’ contradditorio. C’è poi il famosissimo bisogno dell’attore di amare il suo personaggio, perché quando lo si ama molto , lo spettatore empatizza: avere uno sguardo di pietas è una bella cosa”
Non mi ha detto se è fragile o no
“Sono fragile , granitico e sgretolabile. Ma cerco di non osservarmi troppo: meglio evitare di guardarsi a lungo, odio contemplarsi. Il narcisismo è un rischio tremendo , per gli attori , meglio occuparsi degli altri”
Un attore non narciso? Un miracolo
“Beh, purtroppo mi occupo anche di me stesso : nel senso che sono malato di desiderio di crescere. Come persona: umanamente e moralmente”
Da Vanity Fair
KIM ROSSI STUART
«A 10 anni dissi una bugia e andai a tifare in curva»
di Valeria Ancione
Kim Rossi Stuart, con questo nome fa un certo effetto sentirla recitare in romanesco. E a lei che effetto fa?
«Mi sento a casa mia. Il romanesco mi è vicino, lo amo ed è quello che mi viene meglio ».
Un film come questo, girato in borgata, diventa un’occasione per scoprire Roma...
«Il Pigneto mette insieme di tutto, il radical chic, l’extracomunitario, il popolano. Io ho avuto la mia prima casa a 17 anni proprio lì, ma ho amicizie in tante borgate storiche. Certo, il film può essere un’occasione per conoscere meglio la città».
In “Questione di cuore” lei sperava di far ridere, invece il pubblico piange...
«Il film ha una verve brillante, poi diventa malinconico, in pieno stile Archibugi. Ho detto che volevo far ridere? Dico tante cose. Non sono bravo a promuovere i miei film, non sono capace di contrattare 200 lire su una bancarella!».
Nel film c’è l’amicizia e c’è l’amore: si può fare a meno di tutto questo nella vita?
«Non vorrei essere banale e retorico, ma la mia esistenza poggia su questi sentimenti ».
Quello di attore per lei è un destino segnato dalla bellezza o dalla famiglia?
«Proprio un destino segnato. Mio padre faceva l’attore e avevo 5 anni quando ebbi la mia prima piccola parte in un film con lui. Mio padre mi ha incoraggiato e appoggiato. Ma l’inizio vero è stato quando chiedendo l’autostop mi prese su uno che mi propose un provino. Avevo 12 anni e mezzo».
E lei a 12 anni faceva l’autostop?
«Allora si poteva fare. Vivevo in campagna e non mi andava di prendere pullman e corriere».
L’incontro è una casualità, ma non è un caso che le abbiano proposto un provino. Diciamolo, lei è bello.
«E’ difficile dire in che misura la bellezza aiuti e anche che contromosse adottare. Non voglio fuggire la bellezza, però se ci pensiamo bene, non è quella che funziona nella cinematografia italiana. Il nostro cinema ha attori non belli, non è come quello americano ».
Sul lavoro lei può permettere di scegliere?
«Poter scegliere è un lusso. Non avendo grandi esigenze economiche, nel senso che a me basta avere da mangiare e sto a posto, sì, scelgo. E’ il personaggio che mi deve piacere ».
Qual è il film che l’ha davvero lanciata e in qualche modo liberata del cliché, se uno è bello non è bravo?
«Direi “Senza pelle” di Alessandro D’Alatri, sia il film sia il personaggio hanno un certo spessore».
Prima di girare il Pinocchio di Benigni, in cui lei interpretava Lucignolo, aveva letto il libro di Collodi?
«Certo».
Chi sono oggi i Lucignolo?
«Ce ne sono tanti. Tutti quelli che non sono in grado di guardare il domani e sono legati all’oggi; quelli che fanno il tiro al piccione, cioè scelgono le cose facili; le nostre amministrazioni; il modello consumistico che propone tante speranze e non si rende conto delle conseguenze ».
Lei si sente più Lucignolo o Pinocchio?
«Pinocchio, non è furbo ed è uno molto curioso».
Anche nel rapporto con la scuola, che ha lasciato a 14 anni?
«Ho lasciato perché ho iniziato gli studi di teatro a 14 anni, proprio come un artigiano che si deve costruire un mestiere. E sinceramente per quello che dava la scuola ai miei tempi non so dire se ho perso qualcosa».
Non pensa di avere lacune?
«Io sono una lacuna deambulante. Ma sono anche molto esigente. Decidere di lasciare la scuola in terza media significa la bellezza di costruirsi una cultura a proprio piacimento. Senza la spada di Damocle dell’esame».
E ci si riesce?
«La storia è piena di letterati che si sono formati da soli. Si può fare».
Quando è libero da riprese e impegni di lavoro, cosa fa?
«Con il mestiere che faccio tutte le energie si concentrano nel prossimo progetto. E’ una cosa che ti porti dentro durante la giornata, nei sogni. Sempre. Mi sento come un rabdomante alla ricerca dell’acqua».
Qual è il suo modo di fare l’attore?
«Ogni regista ha metodo e stile suoi. Io credo che un attore si debba mettere al servizio. Con Amelio per esempio devi presentarti senza preconcetti, nudo. Con l’Archibugi o Placido devi essere propositivo».
Si è piaciuto rivedendosi in “Questione di cuore”?
«Non l’ho ancora visto».
Veramente era in sala la sera della prima.
«Sì, ma sono uscito subito. I film preferisco vederli con calma e come pubblico pagante ».
Nei panni di Angelo vive la malattia e lo spettro della morte. Quando ha avuto l’incidente con la moto ha avuto paura di morire?
«In quella circostanza sono stato
fortunatissimo. Mi sono subito reso conto di essere vivo, felice di non essermi spiaccicato. Si dice che in un attimo passi tutta la vita davanti, prima dell’impatto. Devo dire che qualcosa ho visto, la mente cristallizza delle immagini».
Essere bello e famoso cosa toglie alla sua libertà?
«Fa parte della mia vita. La notorietà è un ingrediente».
Lei sembra uno schivo, per quanto possibile uno che si tiene lontano dai pettegolezzi.
«Non è vero che sono schivo, amo la riservatezza, mi sembra giusto mettere al riparo le persone che mi circondano, è una questione di rispetto. Se questo si traduce nell’essere definito schivo, io non mi ritrovo, però non importa, gli altri usino pure gli aggettivi che vogliono. Certo detesto il gossip e le riviste violente e sciocche. Spero sempre di non andarci a finire ».
Kim romanista, perché?
«Sono romanista prima di essere attore. A 10 anni ero allo stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia contro il Torino. In curva, da solo. Avevo detto a mio padre che ero da un amico. Il calcio sarà una «monnezza», ma ti entra dentro, è una legittima valvola di sfogo».
Nessuno in famiglia ha condizionato la sua scelta?
«No mio padre era proprio acalcistico, diceva che è uno sport per coglioni».
Chi è il più grande romanista di tutti i tempi?
«Totti, ha catalizzato amore e rispetto. Sì, un amore simbiotico, che ti fa domandare se faccia bene. Un amore bello che ha però il risvolto della medaglia. D’altra parte quando ami una donna devi rinunciare a un’altra... Lui ha rinunciato a una sorta di vertice e il suo carisma ha condizionato lo spogliatoio».
Un ricordo da scudetto?
«Ero allo stadio, ma non mi sono divertito come altre volte, l’invasione mi ha fatto diventare pazzo, come si può mettere a repentaglio uno scudetto io non l’ho capito e mi ha rovinato un po’ la festa ».
Ha partecipato a qualche festa in città?
«Non è quello l’aspetto che mi interessa. Mi appassiona di più la sciarpa di Roma Arsenal».
I derby in compagnia anche di laziali?
«Ho amici laziali, ma vedere il derby con loro no: da solo o con la mia compagna».
Lei gioca a pallone?
«Giocavo, dopo l’incidente in moto ho avuto problemi alle gambe e ho smesso. Vado a pesca».
Insomma, un sedentario.
«No, non mi sono spiegato: non pesca con la canna, io scendo in apnea. Una volta ho preso una ricciola di 17 chili, bellissima...».
Da Il Corriere dello Sport
ANGELO – KIM ROSSI STUART
Come descriveresti il film?
Due uomini hanno un infarto nella stessa nottata, s’incontrano nella corsia d’ospedale e diventano grandi amici. Questo, secondo me, è il cuore del film. Si è sempre sentito dire che un film, se ha una buona storia, lo si deve poter raccontare in tre parole. Ecco, direi che queste sono le parole. Poi ci sono altri archi narrativi molto importanti, come quello di mia moglie, interpretata da Micaela Ramazzotti, però il cuore del film è questa amicizia piena di vitalità.
Perché hai scelto di fare questo film?
Io sono stato affascinato, più di tutto, dall’aspetto leggero del film, dalla commedia. Ho cercato di spingerla fino al limite massimo, là dove era possibile, anche se credo che nel cinema di Francesca Archibugi ci sia sempre un tappeto sotterraneo malinconico. Un altro aspetto fondamentale che mi ha portato a desiderare di fare questo film, è la costruzione quasi teatrale dei dialoghi, soprattutto nella prima metà, quando sono in ospedale. Mi interessava molto la costruzione del personaggio nelle minime sfumature, in uno sguardo, in un’alzata di sopracciglio, in una sfumatura linguistica. Il tutto in relazione a un altro personaggio, una pièce a due, per certi aspetti: Alberto, nella sua nevrosi e nel suo essere intellettuale, è più complicato, Angelo è più o meno quello che si vede.
Come descriveresti il tuo personaggio?
Angelo è un carrozziere con famiglia al seguito, una persona semplice, elementare. Un misto tra Brando e Sordi. Io mi sono comunque focalizzato maggiormente sul suo presente, sulla sua natura fanciullesca che riaffiora, sul suo nucleo familiare stabile e ricco. Angelo e Rossana sono la classica coppia di fidanzati che si sono incontrati da ragazzi e non si sono più lasciati, senza grossi tentennamenti o dubbi. Anche questo è uno degli aspetti molto semplici, viscerali e basilari del personaggio, di sicuro in contrapposizione alla vita sregolata di Alberto.
Com’è stato girare al Pigneto?
La mia prima casa in affitto era proprio al Pigneto, quindi è un quartiere che conosco bene, anche se recentemente ha subito forti cambiamenti. È diventato più di tendenza negli ultimi anni, un po’ alla moda, però possiede ancora degli aspetti viscerali fortissimi. Sono tutti ambienti che danno molto alla storia e ai suoi protagonisti.
Cosa vorresti che arrivasse del film a uno spettatore?
Non credo che si faccia un film cercando di indurre lo spettatore ad una riflessione particolare. Mi sembra restrittivo. Ambisco alla semplicità. Se arriva il concetto, l’emozione base del film, penso di essere arrivato in fondo a quella che è per me l’essenza del film.
Dal pressbook di questione di cuore
Kim Rossi Stuart protagonista di Questione di cuore
Kim Rossi Stuart e un'amicizia tutta da ridere
di Emanuele Bigi
09 aprile 2009 - Una coppia esilarante. Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese recitano insieme per la prima volta nel film di Francesca Archibugi Questione di cuore, nelle sale dal 17 aprile. Interpretano due personaggi molti diversi, Kim veste i panni di Angelo, un carrozziere di Tor Pignattara, mentre Antonio è uno sceneggiatore in cerca d’ispirazione, le loro strade si incrociano in corsia d’ospedale a causa di un improvviso infarto. Da quel giorno stringono una forte amicizia. Alberto è spaesato e l’unico conforto lo trova nella famiglia del meccanico, sposato con Rossana (Micaela Ramazzotti) e con due figli. “La malattia aiuta Alberto a uscire dall’infelicità – afferma Umberto Contarello, autore dell’omonimo libro da cui è stato tratto il film – in qualche modo cerca di dare senso al suo spaesamento. Angelo invece, colpito da una malformazione congenita, cerca di organizzare il suo lutto. In fondo sono due fratelli che si sono ritrovati, due lavoratori dell’esistenza”. Nel cast incontriamo anche Paolo Virzì, Daniele Lucchetti, Stefania Sandrelli, Paolo Sorrentino e Carlo Verdone, che si sono prestati a un cammeo collettivo.
Kim, un altro personaggio complicato, malato, che incontra in qualche modo il protagonista di Piano Solo e di Senza pelle, questa volta però è segnato da un’ironia di fondo che incasella il film nella categoria della commedia all’italiana. Che cosa ne pensa?
"Ho considerato la sceneggiatura come una partitura musicale in cui suonavano per lo più le note ironiche. Mi è piaciuto questo aspetto e ancor di più pensare di dover duettare con Antonio Albanese. Un concerto a due voci poi sostenuto anche da una coinvolgente Micaela Ramazzotti".
Dunque un tuffo nella commedia.
"È la mia seconda esperienza dopo Lucignolo nel Pinocchio di Benigni, ho cercato di tirare fuori tutto quello che era possibile. Avrei osato di più, avrei voluto spingere l’acceleratore sulle corde della leggerezza, ma la storia aveva una cornice drammatica".
Pensa a un futuro "comico"?
"Perché no! Sarò nel prossimo film di Virzì La prima cosa bella, lavorerò ancora con Micaela Ramazzotti che, questa volta, interpreterà la parte di mia madre. Le riprese inizieranno a maggio".
Come descriverebbe il suo personaggio?
"È una un uomo semplice, elementare, un misto tra Brando e Sordi, con Rossana ha creato una famiglia solida, ha una vita regolare che si contrappone a quella sregolata di Alberto".
Come ha conosciuto Albanese?
"La prima volta che ci siamo visti è stato tanti anni fa al festival di Venezia, ho scambiato due chiacchiere e mi sono accorto subito della sua umanità, palesemente manifestata sul set".
Nel film si parla di amicizia, cosa rappresenta per lei?
"Più si invecchia e più si ha bisogno di amici. Insieme all’intesa con una donna è l’elemento cardine della vita. Non potrei vivere senza. Lo so, sto dicendo banalità, ma ci credo profondamente".
Questione di cuore si occupa anche di malattia. La sua esperienza in ospedale dopo il tragico incidente in moto l’ha aiutata a d affrontare il personaggio?
"Non più di tanto. Le sensazioni che si provano in ospedale si riescono a rievocare con grande facilità perché toccano cardini delicati della nostra vita. Basta un pensiero o una finta scenografia per raccontare certe atmosfere e costruire la vita emotiva di un personaggio".
La rivedremo a teatro?
"Spero presto, mi comincia mancare".
E dietro alla macchina da presa?
"Sto lavorando a un progetto da molto tempo, è una storia che scopro giorno per giorno, spero di realizzarla l’anno prossimo".
http://spettacoli.tiscali.it/articoli/c … t_741.html
"Il mio cuore è malato, ma che risate"
di Michele Anselmi
Roma - Alto, magro, introverso, giacca di velluto su jeans e camicia a righe, Kim Rossi Stuart, classe 1969, teorizza con voce quieta: «Le cose tragiche che accadono nella vita talvolta si rivelano salutari schiaffi zen. Ti aiutano a crescere». L’attore allude al personaggio che interpreta in Questione di cuore, il carrozziere Angelo, «un misto di Brando e Sordi», felicemente sposato, due figli, un terzo in arrivo, titolare di un bel conto in banca messo insieme restaurando «in nero» auto d’epoca, all’improvviso azzoppato da un infarto. Ma chissà che non si riferisca, un po’, anche a se stesso. Nell’ottobre 2005 un incidente di moto gli provocò la frattura di entrambe le gambe, con interventi vari; e nel luglio del 2008, a bordo del suo gommone, dalle parti di Civitavecchia, investì un pescatore subacqueo, causandogli l’amputazione di un braccio. Due esperienze che lasciano il segno.
Il titolo del film, diretto da Francesca Archibugi, nelle sale dal 17 aprile, va preso alla lettera. Niente metafore dell’amore: il cuore in questione è proprio l’organo che manda in circolo il sangue. Tratto da un romanzo toccante e impietoso, in buona misura autobiografico, di Umberto Contarello, Questione di cuore racconta la redenzione di uno sceneggiatore dalla vita sentimentale caotica, a un punto morto della carriera, piegato da un infarto che gli addenta il torace come «il morso di una carpa sdentata». In sala di rianimazione l’incontenibile Alberto, incarnato da Antonio Albanese, incontra il taciturno Angelo, pure lui col cuore malandato. Sembrerebbero due mondi destinati a non incontrarsi, e invece, nel riaffacciarsi alla vita «normale», i due compagni di sventura scelgono di superare insieme la paura, diventando amici, con esiti imprevedibili. Uno dei due, il carrozziere ex borgataro, non ce la farà.
Ma perché la fanno morire così spesso al cinema?
«Già, non ci avevo pensato. Qui, nel Disco del mondo, anche in Romanzo criminale, ma lì ne squarticchio parecchi prima di farmi ammazzare. Eppure, non ci crederà, io ho sempre visto Questione di cuore come una commedia, piena di affondi ironici, anche divertente».
Dice davvero?
«Sì. Ho provato a spingere in quella direzione, fin dove era possibile, senza negare il sottotesto malinconico della storia. Tutta la prima parte, quella in ospedale, è una specie di partitura musicale a due. Io e Albanese eravamo molto emozionati all’inizio, come capita quando pensi di avere per le mani qualcosa di importante. E l’emozione, per un attore, è sempre un buon propulsore».
Dicono che lei di solito proceda «per sottrazione». La sua è una recitazione sottotono, anche nelle scene più tese o drammatiche.
«La sottrazione è una tecnica che ti salva sempre. Ma direi che stavolta mi sono lasciato andare. M’era capitato pure disegnando Lucignolo per Benigni. La voce di Angelo, così caratterizzata sul versante dialettale, è uscita da sé, naturalmente. Con lui ho tentato di fare quel che Verdone faceva coi suoi personaggi presi dalla vita, all’inizio della carriera».
Come descriverebbe lei Angelo?
«È una persona semplice, elementare, ogni tanto riemerge la sua natura fanciullesca, e tuttavia conduce una vita regolare accanto ai figli e alla moglie Rossana. Tutto il contrario di Alberto, che beve, fuma, stramangia, ama il disordine, detesta i bambini».
Vedendo il film, quasi si prova più simpatia per il meccanico Angelo che per lo sceneggiatore Alberto...
«Dipende. Direi che, intelligentemente, lo sguardo è bilanciato. Sono buoni e cattivi nello stesso tempo. Posso però confessare che, per quanto riguarda Angelo, c’è molta robbetta che viene da me. Mi piace la cura con cui fa il proprio lavoro e difende la famiglia, anche al punto, per scrupolo protettivo, di mettere moglie e figli tra le braccia di Alberto. Più si invecchia, più conta l’amicizia. Insieme all’amore per la donna che ti sta accanto. Credo abbia ragione Contarello quando dice che, al di là dei mestieri che fanno e dei mondi dai quali provengono, Angelo e Alberto sono come due fratelli che si sono ritrovati. L’“ingrippamento”, insomma l’infarto, dice cose diverse a entrambi, ma in fondo sono due lavoratori dell’esistenza, simili se non limitrofi. Anch’io come Alberto ambisco alla semplicità. E la storia di Questione di cuore la puoi raccontare in poche parole: due uomini hanno un infarto, s’incontrano in ospedale e diventano grandi amici».
Ci ha preso gusto a far sorridere?
«Un po’. Il 10 maggio comincio a girare la nuova commedia di Paolo Virzì, La prima cosa bella. Di nuovo accanto a Micaela Ramazzotti. Solo che stavolta sarà mia madre, non mia moglie».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=342573&START=1&2col=
Questione di cuore tra Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese
a cura di Luciana Morelli
Presentato alla stampa Questione di cuore, il nuovo film di Francesca Archibugi incentrato sul rapporto d'amicizia nato nelle corsie di un ospedale tra due uomini poco più che quarantenni colpiti da infarto nella stessa notte. Protagonisti Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart.
Questione di cuore tra Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese
E' strana la vita, piena di coincidenze e di sorprese. Semplicemente meravigliosa nella sua imprevedibilità, anche nei momenti più bui, quando tutto sembra perduto, riesce a regalarci qualcosa di buono, di positivo, di importante, di intenso e indimenticabile. Quel che accade ai due protagonisti di Questione di Cuore, interpretati da Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese, il nuovo film scritto e diretto dalla regista romana Francesca Archibugi tratto liberamente dal romanzo Una questione di cuore (ed. Feltrinelli) del suo grande amico Umberto Contarello, soggettista e sceneggiatore padovano di successo che vanta importantissime collaborazioni con registi del calibro di Salvatores, Mazzacurati, Bentivoglio, Amelio e Placido.
Ambientato nella Roma ormai dimenticata del Pigneto, del Mandrione e del Prenestino il film racconta l'incontro tra i due mondi, uno più terreno e uno più sulle nuvole, di Angelo e Alberto, un disincantato carrozziere del Pigneto con la passione per le auto d'epoca e uno sceneggiatore cinematografico in crisi esistenziale. Per uno scherzo del destino i due uomini, quasi coetanei ma con alle spalle esperienze di vita completamente opposte, si ritrovano infartuati e vicini di letto in un ospedale. Un romano doc e 'uno del nord' trapiantato nella Capitale, un manovale e un intellettuale, uno che ha trovato nella sua famiglia, nel lavoro e nell'amore della sua donna l'appoggio per affrontare qualsiasi difficoltà contro uno che sembra aver perso il bandolo della matassa e che nel suo lavoro, nella famiglia e nell'amore non è mai riuscito a credere fino in fondo. Una grande amicizia nascerà tra loro, un rapporto di complicità e di comprensione che andrà al di là di qualsiasi spiegazione, un legame doloroso e indistruttibile, di quelli che durano per sempre e che neanche la morte è capace di spezzare.
Prodotto da Cattleya e distribuito nelle sale da 01Distribution a partire da venerdì 17 aprile, Questione di cuore è stato presentato stamane alla presenza della regista e sceneggiatrice Francesca Archibugi, dell'autore del libro Umberto Contarello nonché dei due straordinari protagonisti Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese accompagnati dalle rispettive partner sentimentali nel film Micaela Ramazzotti e Francesca Inaudi. Nel cast anche Paolo Villaggio, Chiara Noschese e cammei di registi illustri quali Carlo Verdone (autore di una performance brevissima ma memorabile), Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Paolo Sorrentino e dell'attrice Stefania Sandrelli.
Umberto Contarello: E' un grande regalo che Francesca mi ha fatto, mi ha emozionato molto vedere con che livello di intensità e qualità sia riuscita a portare su pellicola la storia tratta dal mio romanzo. E' una di quelle cose che quando ti accadono te le ricordi per tutta la vita, specialmente quando dietro al progetto c'è un'amica.
Qual è secondo Lei il pregio maggiore di quest'opera?
Umberto Contarello: Credo sia uno dei pochi casi in cui è presente uno sguardo perfettamente bilanciato tra i due personaggi protagonisti e tra i loro mondi. Non si fa il tifo per nessuno dei due, né si giudica. Si racconta la storia di due uomini diversi per estrazione sociale e per cultura che si ritrovano accomunati nell'anima da un profondo dolore, dalla malattia, da un'esperienza tragica. Come fossero stati fratelli in un'altra vita ed ora si fossero finalmente ritrovati. Due lavoratori dell'esistenza, uno che usa le mani, l'altro che usa la testa, due entità diverse ma assai vicine.
Una storia d'amicizia ma anche di due solitudini che si incontrano, di un dolore profondo, anche fisico, ma soprattutto psicologico, derivante da un progressivo scollamento dalla realtà. Un riferimento al disagio sociale di questi ultimi anni?
Francesca Archibugi: Spero che il film parli da solo, che tramite le immagini riesca a spiegare il perché ad un certo punto della sua vita Alberto, un uomo solo e spaesato che ha perso fiducia in sé e negli altri, si ritrova a casa di Angelo e diventa un po' l'estraneo destabilizzante pronto a mettere in discussione ogni cosa e a creare subbuglio. Ci abbiamo messo il cuore in questo film con l'intento di esprimere un sentimento e non un'opinione. Ho cercato il più possibile di non essere didascalica e di non far parlare i personaggi per me.
Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti e Antonio Albanese sul set del film Una questione di cuore Non c'è quindi nessun riferimento o messaggio lanciato al mondo del cinema nella scena in cui lo sceneggiatore protagonista del film pur avendo molti amici illustri che lo vanno a trovare in realtà si rende conto di essere solo...
Umberto Contarello: Il film sottolinea come il personaggio di Alberto (quello di Albanese, ndr) avverta l'infarto come una grossa ingiustizia e consideri questa scossa tellurica nel suo cuore come una buona scusa per isolarsi dal suo mondo per alimentare un'incomunicabilità emotiva che lo conduce al definitivo esilio dalla realtà.
Francesca Archibugi: Ho iniziato a fare questo lavoro quando ero molto giovane, ho avuto sempre molti amici tra i colleghi, persone che mi hanno insegnato molto, consigliata, sostenuta e con le quali mi sono sempre confrontata. Ringraziando il cielo faccio questo lavoro con passione, esattamente come fanno molti altri registi e attori, è impensabile svolgere al meglio una professione come questa senza mai scambiarsi esperienze, consigli, pareri e idee.
Su quali basi ha scelto una coppia inedita di attori così diversi tra loro per emozionare il pubblico?
Francesca Archibugi: Avevo bisogno di due maschiacci, di due uomini dalla vita e dalle fattezze assai diverse, e non crediate che sia stato facile arrivare a focalizzare la scelta su Antonio e Kim. Non è stata una scelta fatta di getto ma ben ponderata. Avevo molta stima di entrambi, avevo potuto apprezzare Kim in diverse pellicole di alto spessore drammatico e Antonio nelle sue straordinarie performance comiche sia a teatro che in tv ma anche negli ultimi film impegnati che lo hanno visto protagonista su grande schermo. In maniera un po' egocentrica ho pensato a loro come due attori che erano in attesa di sprigionare la loro potenza atomica in un ruolo scritto su misura per loro.
Il fatto che fossero due registi l'ha in qualche modo spaventata durante la lavorazione del film?
Francesca Archibugi: Ero emozionata all'inizio, entusiasta di avere a che fare con due personaggi da 'maneggiare con cura', due registi che stimo e che in qualche modo si sono lasciati guidare da me e mi hanno anche guidata. Praticamente eravamo in tre a dirigere il film a un certo punto. La carta è carta e come tale resta lì; quando poi quel che vi è scritto sopra gli attori se lo tatuano addosso diventa qualcosa di inspiegabilmente emozionante. Merito anche di Umberto, un grande scrittore che è stato il motore propulsivo di questo progetto, senza soggettisti come lui il cinema italiano morirebbe.
Kim Rossi Stuart in una sequenza del film Una questione di cuore Cosa ci può dire dell'ambientazione del film in zone periferiche di Roma che hanno fatto la storia del cinema italiano e che sono poi scomparse dal grande schermo?
Francesca Archibugi: Da Roma città aperta di Rossellini ai film di Pasolini, passando per Fellini, zone come il Pigneto, il Mandrione e San Lorenzo sono state lo scenario preferito dai grandi registi del nostro cinema e hanno portato l'immagine non solo di Roma ma di tutta l'Italia in giro per il mondo. Cinque kilometri in linea d'aria in cui si concentrava l'essenza di un Paese e che ora sono cambiate irrimediabilmente, nella forma e nella sostanza. Mentre scrivevo il film giravo per questi quartieri fotografando ogni angolo per coglierne l'atmosfera e le mutazioni. Da sempre cerco di fare film occultamente politici, e con la scelta di queste location ho voluto sottolineare come la città sia cambiata, come i suoi abitanti siano cambiati, come sia tutto stravolto rispetto al passato.
Come ha affrontato Kim Rossi Stuart questo difficile ruolo nuovamente a contatto con la malattia dopo il recente Piano, solo?
Kim Rossi Stuart: Una delle cose che ho trovato più intriganti e affascinanti di questo film è stata la voglia di lavorare con Antonio Albanese, un attore che stimo moltissimo da tempo, ma a incuriosirmi è stato dall'inizio il mio modo di vedere la sceneggiatura come una partitura musicale, in cui armonizzare nel migliore dei modi i momenti comici ed ironici con quelli più drammatici. Ho cercato spesso di portare il mio personaggio da un estremo all'altro, dalla commedia al dramma con il minimo sforzo possibile.
C'è stato da parte sua un grande lavoro a livello di voce anche qui come in Romanzo Criminale?
Kim Rossi Stuart: Mi sono lasciato molto trasportare dalle emozioni, non ho pensato a lavorare sulla voce stavolta ma più a delineare il carattere del mio personaggio usando espressioni, intonazioni e modi di fare di persone che ho conosciuto nella mia vita, un po' come faceva il Verdone dei vecchi tempi per intenderci.
Antonio Albanese: Quando ami il tuo mestiere e lo fai con passione come me è un piacere, oltre che un dovere, affrontare personaggi difficili, sempre nuovi, drammatici e comici insieme. Questo filmi mi ha permesso di lavorare con un compagno di viaggio come Kim che è riuscito a regalarmi sorrisi, lacrime e momenti di eccitazione che non avevo mai provato prima di quel momento. Tra noi c'è stata grande sintonia, spesso mi sono commosso guardandolo recitare, e non c'è niente di più bello che lavorare emozionandosi.
Ha dovuto fare su di sé il famoso lavoro di 'sottrazione' per riuscire a rendere al meglio in un film a tratti così drammatico?
Antonio Albanese: Mi sono fatto guidare dal romanzo e dalle indicazioni di Francesca, con questi elementi ho poi svolto il mio solito lavoro certosino sul personaggio documentandomi con esperti in materia di patologie cardiologiche. Ho parlato a lungo con Kim e con Micaela e ci siamo detti che per rendere al meglio e cucirci addosso al meglio i nostri personaggi dovevamo lavorare in regime di massima libertà, usando frasi, modi di parlare, gestualità e quant'altro per dare loro la caratterizzazione migliore. E Francesca su questo è stata fantastica, ci ha lasciato carta bianca. Quello sul set è stato un incontro tra attori professionisti che si stimano, ma soprattutto un incontro tra amici.
http://www.movieplayer.it/articoli/0561 … -albanese/
Cinema/ Amicizia e spaesamento nel nuovo film della Archibugi
di Apcom
Albanese e Kim Rossi Stuart protagonisti di "Questione di cuore"
Roma, 8 apr. (Apcom) - Una coppia inedita ma ben assortita arriva sul grande schermo. Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese sono i protagonisti del nuovo film di Francesca Archibugi, "Questioni di cuore", che sarà nelle sale dal 17 aprile. Nella pellicola liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Umberto Contarello interpretano rispettivamente Angelo, carrozziere proletario, che abita nel popolare quartiere romano del Pigneto, e uno sceneggiatore di successo in piena crisi creativa, Alberto. Si incontrano in una stanza d'ospedale dopo essere stati colti entrambi da infarto e da lì inizia il loro singolare percorso di amicizia, fatto di confessioni, risate, complicità. "Questa sceneggiatura per me era come una partitura musicale da costruire, sottolineandone gli aspetti comici. - ha affermato Kim Rossi Stuart - Sia io che Antonio eravamo emozionati quando abbiamo iniziato a suonarla ma allo stesso tempo contentissimi di interpretare questo concerto a due voci". In effetti i due tengono in piedi tutto il film e regalano una grande prova di recitazione. "La sfida per me era proprio costruire con Kim questa amicizia. - ha sottolineato Albanese - A volte ho provato una vera eccitazione a lavorare con lui, un piacere estremo, mi fidavo. Fondamentale è stata per entrambi la libertà che ci ha dato Francesca di adattare delle frasi dei nostri personaggi, di farle nostre, tatuarcele addosso". La Archibugi confessa di aver voluto scommettere su questa coppia e di non aver sbagliato: "Nutrivo una grande stima per loro, e pensavo, come succede a tutti i registi un po' megalomani, che aspettassero il ruolo giusto. - scherza la Archibugi - Desideravo soprattutto che sprigionassero la loro potenza comica, perché per me il film è soprattutto una commedia". Commedia amara, comunque, visto che i protagonisti sono accomunati da una malattia e entrambi dopo l'esperienza dell'infarto sono costretti a rivedere la loro vita. Alberto è in crisi creativa e sentimentale, non riconosce più il Paese in cui vive e la sue amicizie. Angelo cerca di preservare dal dolore come può, con i pochi strumenti che ha, la moglie Rossana (Micaela Ramazzotti) e i propri figli. "Alberto finisce a casa di Angelo perché è completamente spaesato, sente che non ha nessuno e non riconosce più il suo Paese, e per un narratore questa è una tragedia. - ha affermato la regista - Angelo è la sua cura, ma poi ritornerà alla sua vita: deve fare un viaggio in un mondo diverso per ritrovare se stesso. Angelo invece per la prima volta si apre e accoglie il mondo esterno. Entrambi incontrano la malattia, ma il sentimento dell'amicizia li porta oltre, li fa uscire dal loro isolamento e cambia la loro vita".
http://www.wallstreetitalia.com/articol … _id=695732
Un "Angelo" di borgata chiamato Kim
"Ecco il mio Accattone,fatto col cuore"
"Bello, solido, coraggioso". Con queste parole Kim Rossi Stuart descrive a Tgcom il suo Angelo di "Questione di cuore", il film di Francesca Archibugi di cui l'attore romano è il protagonista. Ha amato il suo personaggio, ma soprattutto i rimandi pasoliniani della pellicola al suo adorato "Accattone". E in questa sua interpretazione ha raccontato con passione, delicatezza, intensità, il suo personalissimo "ragazzo di borgata".
La regista ha voluta recuperare le scenografie che hanno fatto da sfondo al capolavoro di Pierpaolo Pasolini, quel Pigneto intorno al quale i cineasti del dopoguerra hanno costruito il grande cinema italiano. La Archibugi ha girato lì, in quelle strade dove adessi si sente odore di kebab e di cocktail alla vodka, le vicende di Angelo. E Kim ha amato tutto di lui: il mestiere di meccanico fatto con orgoglio, le origini proletarie, la famiglia rumorosa, litigiosa e al tempo stesso legatissima.
"Angelo ha quella solidità di certi proletari che hanno una generosità tutta loro. Mi è piaciuto lui, ma mi è piaciuto anche il film. Che ho apprezzato perchè c'era un potenziale comico nei dialoghi che mi interessava esplorare, mettere in scena. Io ho da sempre una passione viscerale per tutto ciò che è pasoliniano. E chi più di questo personaggio ha l'anima pasoliniana?"
L'aspetto ironico nei dialoghi affiora spesso, non c'è che dire, ma tutto nel film è soffuso da una malinconia sotterranea che esplode in particolare nel finale. Una "commedia" molto più tragica che ironica, questa della Archibugi...
"Io la chiamerei una tragicommedia. La vicenda, che in sè è sicuramente tragica, viene comunque filtrata con una lente profondamente ironica che alleggerisce il dramma. Per lo meno, questo è quello che io ho percepito. Io ho impostato in questa direzione la mia interpretazione, facendo sul mio personaggio un lavoro espressivo e iperrealista".
Come hai affrontato le scene, e sono tante, girate sul letto di un ospedale, in sala rianimazione? Ti è "servito" aver vissuto davvero l'esperienza dell'ospedale, dopo l'incidente in motorino che ti aveva costretto al ricovero qualche anno fa?
"Allora ero stato male, ma si trattava di una situazione risolvibilissima. Quindi per me l'ospedale non ha un'accezione solo negativa. Lo vivo come un luogo in cui si viene ospitati e accolti. E' stato facile per me mettere in moto un meccanismo sensoriale utile a girare quelle scene. Quando Francesca ci ha piazzato sul lettino, è bastato poco per richiamare alla memoria quella sensorialità già conosciuta nella vita reale".
Sarà una tragicommedia anche il tuo prossimo film, quello che stai per cominciare a girare con Paolo Virzì, sempre accanto a Micaela Ramazzotti (sua moglie Rossana in "Questione di cuore")?
"Anche la pellicola di Virzì sarà una commedia. Il film prenderà il via dallo stile dell'ironia, ma toccherà anche tematiche fortemente drammatiche. D'altra parte sono convinto che la commedia senza una base tragica non possa esistere. Il monello era un film comico, pur essendo profondamente commovente. Credo che questo sia un presupposto fondamentale in qualsiasi commedia di oggi: dare profondità al film con tematiche universali, come può essere appunto il confronto con la morte, quello che avviene in Questione di cuore.
Quale sarà il tuo ruolo nel film di Virzì?
"Sarò un musicista che ha tagliato i ponti con la sua famiglia e che cerca di riallacciarli a partire dalla riscoperta del rapporto con la madre, che sarà Stefania Sandrelli. Sarà una bella scommessa: non ho mai lavorato nè con lei nè con il regista".
A proposito di regia, a quando un altro film firmato Rossi Stuart? Il tuo debutto dietro la macchina da presa, "Anche libero va bene" del 2006, aveva avuto un ottimo successo.
"Ci sto già lavorando. Non so quando passerò alla fase della scrittura, ma succederà e credo anche abbastanza presto. Il film a cui lavorerò da regista comunque non sarà niente di simile ai lavori passati. Cambierò completamente registro. Non ci saranno bambini, nè padri, nè situazioni familiari così marcate come in altre pellicole in cui ho lavorato in questi anni".
Isabella Dalla Gasperina
http://www.tgcom.mediaset.it/spettacolo … 6946.shtml
ROMA - A vent'anni fu la calzamaglia di Fantaghirò: ben prima di Riccardo Scamarcio nel cuore delle teenager italiane c'era Kim Rossi Stuart, principe azzurro geneticamente predisposto al ruolo (la madre era una modella), con un destino già scritto da reuccio dei settimanali rosa.
A quarant'anni, con la pistola di Romanzo Criminale, la trasformazione: il cinema lo scopre come attore, il Festival di Cannes lo premia come regista, e dopo tanti ruoli drammatici «adesso ho voglia di ritrovare un po' di leggerezza, di fare commedia, di esagerare». La verità è che finalmente, «dopo essere stato torturato e ammazzato in una quantità incredibile di film», se lo può permettere: in Questione di cuore, al cinema dal 17, «mi sono ispirato al primo Verdone, esasperando espressioni e gesti della gente che incontro per strada. Anzi, mi sarebbe piaciuto calcare di più il pedale sulla comicità».
Davvero efficace nel film in coppia con Antonio Albanese, il suo futuro da attore è ancora nel segno della risata: «Dal 10 maggio comincio La prima cosa bella di Paolo Virzì, un film girato a Livorno in cui interpreto, in una storia a flashback, il figlio di Micaela Ramazzotti. E poi forse ancora una commedia da attore, prima di tornare alla regia, entro un anno, con una storia che sto scrivendo e che interpreterò».
Della sua vita privata, oggi come vent'anni fa, non parla volentieri: «Il valore più importante per me è l'amicizia, prima ancora dell'intesa con una donna. Ma è normale, più si invecchia e più contano gli amici», dice, glissando tanto sull'incidente in motocicletta che l'ha tenuto lontano dal cinema per quasi un anno («ma la guido ancora, come prima»), quanto sulla tragica vicenda che la scorsa estate l'ha coinvolto nel ferimento di un sub sul litorale romano. «I fatti drammatici, come diciamo anche in Questione di cuore, sono come degli “schiaffi zen”, sono occasioni per crescere. È inevitabile portare sullo schermo un pezzo di sé, ma in questo caso ho preferito concentrarmi sulla parte sana, e leggera, del mio carattere». (ass)
di Ilaria Ravarino
http://www.leggo.it/view.php?data=20090 … e=STANDARD